La fine del Boom economico VS. Soft landing

MACROECONOMICS

Mai come ora le due principali economie della terra, quelle da cui dipendono in definitiva l’andamento dei nostri investimenti e risparmi, stanno vivendo un periodo diametralmente opposto.

Da una parte il boom economico cinese sembra esser giunto al capolinea. Dall’altra, gli Stati Uniti sembrano riuscire nell’impresa del cosiddetto soft landing, ovvero ridurre sensibilmente l’inflazione mantenendo la piena occupazione e un’economia a dir poco vivace.

Se dovesse andare proprio così, sarà un momento storico.

Le previsioni più diffuse indicano che l’economia degli Stati Uniti si sta dirigendo verso una crescita eccezionale, probabilmente nell’ordine del 5% al 6% di aumento del PIL. Al contrario, la Cina sta lottando per raggiungere la metà di questo risultato. Alla fine di quest’anno, il PIL degli Stati Uniti potrebbe addirittura essere il doppio di quello cinese, una situazione che non si verificava dal 1985!

Se questo dovesse essere il risultato finale, esso non potrà che fortificare il primato americano sull’economia mondiale. Con buona pace di tutti i pretendenti e multipolaristi.

Inoltre, come ulteriore effetto, se davvero il secolo (breve) cinese dovesse essere già ai titoli di coda, potrebbe davvero essere l’inizio del secolo indiano?

Chissà, lo scopriremo solo investendo …

Ma, suggestioni macroeconomiche a parte, c’è un settore dell’economia reale che più di altri mostra plasticamente questa situazione speculare tra i due giganti: l’immobiliare.

La bolla immobiliare cinese

Sembra proprio che uno dei riti di passaggio da economia in via di sviluppo a economia consolidata sia lo scoppio di una bolla immobiliare.

L’immobiliare in Cina vale quasi un terzo del PIL ed è una gigantesca bolla che sta scoppiando sotto il peso di una enorme massa di debiti trascinandosi con sé fondi di investimento e amministrazioni locali. I debiti contratti da imprese, governo centrale e amministrazioni locali superano, infatti, il 300% del PIL. Attenzione, non è la fine del modello cinese. L’enorme liquidità a disposizione del governo centrale dovrebbe permettergli di tamponare il tutto. Ma non sarà facile e, soprattutto, non sarà indolore. E gli effetti si vedranno proprio sull’andamento del PIL nei prossimi anni.

Infatti, per la prima volta in 30 anni, il PIL cinese potrebbe scendere sotto il 5%. 

Ma cos’è successo all’immobiliare cinese? Riassunto delle puntate precedenti …

Evergrande, Country Garden e diversi altri colossi dell’edilizia stanno di fatto fallendo a causa dell’enorme debito accumulato durante il periodo di rapido sviluppo urbano. Oggi, invece, la Cina si trova di fronte a un crollo della domanda di abitazioni. Le famiglie cinesi hanno ridotto il numero di figli, dispongono di minor reddito e, soprattutto, sono afflitte da una minore fiducia nelle prospettive future.

Il settore immobiliare rappresenta oltre il 25% dell’economia, e gli investitori sono preoccupati che la crisi in questo settore possa trascinare l’intera economia e il sistema finanziario cinese verso il basso. Questa preoccupazione non può che riflettersi sull’andamento delle borse cinesi. Tuttavia, gli esperti affermano che i debiti accumulati da Evergrande e altre aziende simili non costituiscono un rischio sistemico per le banche. Infatti, questi sviluppatori hanno finanziato le loro acquisizioni di terreni principalmente attraverso veicoli di investimento “ombra” come fondi fiduciari e prodotti di risparmio. Di conseguenza, il legame tra le banche e le imprese immobiliari non è così stretto, e questo riduce il rischio di un impatto simile a quello della crisi scatenata dal fallimento di Lehman Brothers.

Benvenuta nel club, il calo demografico e gli altri problemi cinesi.

Non solo lo scoppio della bolla immobiliare dimostra che la Cina è ormai un’economia consolidata. Infatti, l’impulso demografico alla crescita è giunto al termine: l’anno scorso, la popolazione cinese ha registrato il suo primo calo in 60 anni ed è stata superata dall’India come paese più popolato della terra. L’incremento della disoccupazione tra i giovani ha raggiunto livelli senza precedenti, un dato che non favorisce né l’ascesa imminente della fertilità né una possibile ripresa nell’acquisto di abitazioni. Le esportazioni, a causa delle tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti e l’Europa, stanno declinando. I consumi privati costituiscono solamente il 38% dell’economia cinese, che è ancora in gran parte dipendente dallo Stato e dalle esportazioni.

Future opportunità?

Si sa, dopo ogni crisi emergono nuove opportunità. Sarà quindi interessante verificare non tanto se, ma come la leadership cinese riuscirà a superare questa crisi e, di conseguenza, quali opportunità si apriranno anche per gli investitori occidentali.

Secondo il professor Carlo Altomonte, docente di politica economica dell’Università Bocconi di Milano, intervistato da Il Corriere, Pechino dovrà varare un importante piano di liberalizzazioni per far ripartire la macchina economica. Ecco, se così fosse, le opportunità d’investimento non mancheranno.

USA, la chimera Soft landing si sta materializzando

Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, Jerome Powell e la FED stanno riuscendo nell’impossibile … ridurre sensibilmente l’inflazione a suon di aumenti dei tassi senza far stramazzare l’economia americana. Anzi, con piena occupazione e un aumento del PIL nel terzo trimestre previsto a quasi il +6%.

Attenzione, la cosa ha dell’incredibile. Se soft landing sarà, bisognerà riscrivere i principali manuali economici!

La scommessa di Jerome Powell

Ma quale è stata la scommessa della FED. La banca centrale americana ha scommesso che l’azione combinata e opposta di un forte e continuo aumento dei tassi accompagnato da una politica fiscale ultra espansiva dell’amministrazione Biden, avrebbe scongiurato il crollo dell’occupazione e quindi una forte recessione. Un’economia trainata dalla domanda interna e dagli investimenti statali avrebbe trovato il suo contraltare nella riduzione del credito e aumento del costo del denaro. In questo modo l’economia avrebbe dovuto rallentare, ma senza crollare. In particolare, per quanto riguarda l’inflazione, l’aumento dei tassi non avrebbe dovuto creare disoccupazione, ma diminuire le opportunità di lavoro disponibili calmierando l’aumento degli stipendi. Il ragionamento è stato, se hai una sola opportunità di lavoro a disposizione, non stai tanto a contrattare sull’aumento di stipendio.

Bisogna tener conto che, al contrario della BCE, la FED ha nel suo mandato non solo difendere il dollaro e combattere l’inflazione, ma anche difendere l’occupazione e la crescita economica.

La FED quindi si è mossa sul filo del rasoio, una vera e propria scommessa.

Come ha reagito l’immobiliare made in USA

Anche per l’immobiliare americano si è parlato insistentemente di un prossimo scoppio della bolla. Un decennio incontrastato di aumento costante dei valori con picchi post-pandemici di quasi un +20% anno-su-anno, sembrava dover giungere ad una fine drammatica. 

E invece … così non è stato.

Ma cosa è successo veramente e perché la bolla non è scoppiata?

I tassi dei mutui sono saliti vertiginosamente prima al 6% poi al 7% e ora potrebbero raggiungere anche l’8%. Questo ha avuto come effetto che la domanda si è completamente congelata. A questi tassi ben pochi in America si possono permettere di contrarre un mutuo e acquistare casa. 

Infatti, attualmente in America, stare in affitto costa il 50% in meno che acquistare!

La domanda è quindi ai minimi storici di sempre e pure i prezzi non stanno crollando. Scendono, ma non crollano. Come è possibile?

Questo è dovuto dalla natura dei mutui prima casa negli USA dopo la grande crisi del 2008. Che è poi il motivo per cui non è scoppiata la bolla.

Nel 2008, infatti, la maggioranza dei mutui erano a tasso variabile e quando sono scaduti i primi 2/3 anni di tasso fisso minimo (teaser) ed è scattato il variabile, il castello di carta è crollato. Ora, invece, come conseguenza del 2008, la maggioranza dei mutui sono a tasso fisso a 30 anni

Quindi, la maggior parte degli immobili attualmente sotto mutuo sono a tassi molto convenienti poiché contratti prima della stretta della FED. Per questo il mercato non è venuto giù. Ma per lo stesso motivo praticamente non ci sono case in vendita. Chi vuole cambiare casa non lo fa perché dovrebbe contrarre un nuovo mutuo a tassi raddoppiati. Di conseguenza ci sono talmente poche case in vendita che qualcuno che è disposto a comprarle anche a tassi stratosferici si trova. Questa caratteristica determina lil mancato crollo dei prezzi parallelamente al crollo delle transazioni.

Opportunità per il futuro?

I prezzi non sono crollati, ma comunque stanno diminuendo. In contemporanea gli affitti sono ai massimi storici anche se in leggera correzione. Questo porta a Cap Rate che cominciano di nuovo ad essere interessanti specialmente in alcune zone e a macchia di leopardo. Inoltre, tassi così alti per così tanto tempo stanno creando un enorme domanda inevasa. La casa, un tetto sotto il quale vivere, è un bene primario. Se non posso permettermela adesso, non è che smetto di volerla. Quindi, quando finalmente la FED invertirà la sua politica monetaria e i tassi sui mutui scenderanno, questa enorme domanda inevasa si riverserà sul mercato dando il la ad un nuovo ciclo immobiliare. In questo modo si determineranno anche interessanti opportunità di Capital Gain sul medio periodo.

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